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Piano nazionale scuola digitale, ecco cosa manca alle scuole perché sia vero

di Giuseppe Lanese, responsabile comunicazione U.S.R. Molise – Cantiere Scuola digitale

Se vogliamo cambiare in positivo il nostro paese dobbiamo per forza incidere qualitativamente sul presente e sul futuro della nostra scuola. E questo è un dato di fatto. Come farlo? Sicuramente partendo dal presupposto che il cambiamento, per essere efficace e strutturato, non può avvenire in maniera rapida e superficiale. Per assimilare un cambiamento occorre pratica ed esperienza e la pratica e l’esperienza richiedono tempo. Non basta solo investire risorse, altrimenti si rischia di vanificare gli investimenti. La Legge 107 del 2015 (quella sulla ‘Buona Scuola’) ha avuto il grande merito di riportare i temi dell’istruzione al centro del dibattito politico – sociale nazionale. Ma l’impatto dell’impianto normativo (che tocca i settori del digitale e dell’innovazione, della formazione, dell’alternanza scuola lavoro, della governance, ecc.) andava spalmato almeno su 5 anni e non piegato al compromesso dettato dai tempi della performance politica. Così non è stato e le criticità emerse, in molti casi, hanno superato gli stessi benefici della legge. Aver sacrificato il necessario periodo di ‘rodaggio’ dei nuovi meccanismi previsti dalla 107, ha portato la scuola italiana a un surplus di lavoro senza precedenti nella storia del nostro sistema nazionale di Istruzione. Con disagi organizzativi, aumento di burocrazia inutile e con gli istituti impossibilitati a rispettare impegni e scadenze o a farlo a scapito della qualità. Il sistema si è inceppato in più di una occasione, con errori sia a livello periferico che centrale.

La sfida della progettazione

Basti vedere la rincorsa delle scuole sulla progettazione PON, con buona parte degli istituti impreparati a compilare bandi strategici (le risorse disponibili sono di circa 800 milioni di euro) per mancanza di competenze specifiche in questo campo da parte del personale interno. Con la contraddizione di affidarsi per la progettazione a privati e aziende e – in caso di progetto approvato – far partecipare gli stessi esperti a un bando pubblico. Alla fine la speranza è che la qualità dei progetti presentati sia effettivamente elevata e che in pochi si siano lanciati in questa nuova sfida “tanto per partecipare”. Se non altro per il grande investimento programmato in termini di risorse pubbliche. L’esempio dei PON è indicativo di come servano nelle nostre scuole figure esperte in grado di progettare bandi nazionali ed europei. Le competenze di progettazione non sono più rinviabili se si vuole essere competitivi in ambito nazionale ed europeo. E non solo per i PON, ma anche per i bandi Erasmus. Oggi la progettazione è affidata a docenti che mettono a disposizione delle scuole la propria passione per questo settore e le competenze acquisite in totale autonomia, mentre servirebbe un percorso di formazione specifico. Perché non prevedere in ogni istituto la nomina di un docente referente per la progettazione o la costituzione di un team per la progettazione, pianificando percorsi di formazione strutturati?

Una scuola di comunità che sappia comunicare in maniera efficace

Altra questione legata alla formazione riguarda l’attività di disseminazione dei risultati dei progetti. Le scuole hanno sempre più necessità di saper comunicare bene (sia all’interno che all’esterno). Non basta più il solo sito internet istituzionale per confrontarsi con il territorio in maniera efficace. Se vogliamo intendere la scuola come “Scuola di comunità” (definizione a cui tiene molto anche la legge 107/2015), dobbiamo trasferire agli istituti anche le giuste competenze per saper dialogare e confrontarsi con la stessa comunità. Saper relazionarsi con il territorio, scrivere un comunicato stampa, realizzare un video o altro materiale di comunicazione (loghi, opuscoli, locandine, manifesti), gestire i vari profili social, un blog scolastico, saper presentare progetti ed iniziative in pubblico, sono ormai competenze indispensabili per le scuole. Credo sia utile, inoltre, che ogni istituto abbia al suo interno personale in grado di pianificare un progetto per comunicare il “brand” scuola. Questo anche in chiave di dialogo con il mondo produttivo e per rendere appetibile il proprio istituto in termini di sponsorizzazioni di privati (anche questo è previsto dalla legge 107) o per comunicare all’esterno progetti di qualità sul tema dell’alternanza scuola – lavoro. Serve un referente per la comunicazione in ogni istituto affiancato da un team per la comunicazione. Non sottovalutiamo, in ultima analisi, il tema delicato dell’educazione ai media (azione n.14 del PNSD): educare i giovani all’uso corretto ed efficace del web e dei social; a contrastare il fenomeno del cyberbullismo, ecc. Tutti argomenti che rientrano perfettamente nel quadro più ampio della cittadinanza digitale e che trovano collegamenti con il PNSD. Anche questo materiale può essere oggetto di studio, ricerca, approfondimento e formazione per le attività di un referente per la comunicazione o per i docenti di un eventuale team della comunicazione.

PNSD, più qualità nella formazione

Un capitolo a parte va speso per la formazione del personale legata al PNSD. Il Piano Nazionale Scuola Digitale, con le sue 35 azioni, è uno degli aspetti più innovativi della Legge 107 del 2015. Con il PNSD, il tema dell’innovazione diventa centrale all’interno delle nostre scuole, anche grazie alla figura dei docenti animatori digitali (uno per ogni scuola), ai docenti del Team dell’innovazione (tre per ogni scuola che si aggiungono all’animatore digitale). Il Miur ha recentemente ricordato come sono 150 mila le persone nella scuola che fruiscono della formazione sui temi del digitale. Di questi, 8.400 animatori digitali e i loro team per l’innovazione. Poi ci sono oltre 1,3 milioni di studentesse e studenti e 50.000 docenti già coinvolti nel portare il pensiero computazionale in ogni classe. Inoltre, 4.000 istituti risultano al lavoro per rendere strutturali le competenze digitali grazie ad un investimento da 80 milioni di euro. A due anni di distanza dall’avvio del Piano Nazionale Scuola Digitale, tra gli insegnanti emerge la necessità forte di una formazione sempre più specializzata e sempre più di qualità. Questo per evitare anche casi in cui i docenti ne sappiano più dei loro stessi formatori. Molti animatori digitali hanno frequentato, in autonomia, corsi di specializzazione o sono diventati “esperti” frequentando corsi di formazione di eccellenza all’estero grazie ai percorsi Erasmus KA1. Occorrerebbe, quindi, che la formazione sia affidata sempre di più a formatori professionisti specializzati (in tematiche scolastiche) e comunque – fatta salva la formazione base omologata per tutte le scuole – i percorsi andrebbero pianificati in base alle reali esigenze degli istituti e personalizzati attraverso una progettazione competente effettuata all’interno di ogni istituto. Per quanto riguarda il PNSD, intanto, il prossimo 26 luglio si terrà a Roma un evento organizzato dal Ministero dell’Istruzione a cui parteciperanno tutti gli stakeholder con l’obiettivo di rilanciarlo. La ministra Valeria Fedeli promette “nuove priorità, nuovi investimenti in formazione, competenze e connettività per ogni scuola”. Ma questa volta, oltre alla quantità di impegno e di risorse, servirà un maggiore investimento in qualità e organizzazione. Insomma, fare le cose per bene, ma anche con i tempi giusti.

 

 

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