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Innovazione duratura e sostenibile: il caso di un Istituto comprensivo di provincia

di Antonio Fini, Dirigente scolastico e tutor organizzatore di tirocinio, Università di Firenze – Cantiere Scuola digitale

Sono un dirigente scolastico, ma mentre scrivo questo contributo non sto dirigendo alcun istituto. Sono infatti utilizzato presso un’Università, come tutor organizzatore di tirocinio. In pratica, assieme ad altri colleghi, ci prendiamo cura delle (tante) future maestre e dei (pochissimi) futuri maestri di scuola primaria e dell’infanzia. Questo articolo tratta però della “mia” scuola, ovvero dell’istituto che ho diretto per quattro anni: dal 2012 al 2016. Un istituto comprensivo di provincia, una scuola “complessa”, costituita da oltre 10 plessi con i due estremi a circa 25km di distanza, in due Comuni diversi. Un istituto come tanti all’epoca: con poche (pochissime) risorse, ubicato in un contesto non particolarmente “attento” alla scuola, al di là dell’ordinaria amministrazione. Ho avuto la fortuna di arrivare in questo istituto nel momento giusto per iniziare un percorso di innovazione a vari livelli.

Nel 2012 ancora non si parlava di Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), in realtà era ancora operativo il piano precedente, che si concluse poi con una revisione da parte dell’OCSE che ne evidenziò alcune problematiche irrisolte. Era anche l’anno in cui entrarono in vigore le nuove Indicazioni Nazionali per la Scuola dell’Infanzia e per il primo ciclo di istruzione. Un anno decisamente particolare, era anche il mio primo incarico come dirigente scolastico.

Nel 2012 si comunicava ancora tramite fax. La prima innovazione fu quindi l’adozione di un sistema digitale di comunicazione interna. Un sistema cloud nel quale ogni utente avesse il suo account di lavoro (non l’email personale). Le Google Apps for Education (oggi GSuite for Education) furono la soluzione prescelta. Pochi mesi, molti incontri di formazione sviluppata soprattutto con una formula on demand, una sorta di sportello (“sono disponibile il mercoledì dalle ore 15 alle 17, chi ha bisogno di aiuto può venire”) e tutti i docenti hanno iniziato a lavorare in un modo diverso. Nessun documento cartaceo di tipo didattico (relazioni, programmazioni, ecc.) era più ammesso e accettato; nel giro di un anno le cartelle condivise di Drive diventano l’archivio della documentazione scolastica.

Qualche forzatura? In piccola parte, sì. Ma soprattutto la condivisione, il mostrare che così era molto meglio per tutti. E ancora formazione, diffusa, leggera, continua.

La comunicazione, dunque, al centro dell’innovazione. Pensare che ancora oggi, nel 2017, non tutti gli istituti hanno affrontato questo problema in modo efficace. Comunicazione non solo interna, ma anche esterna. Un nuovo sito web, basato sulla proposta Open Source del gruppo di lavoro “Porte Aperte Sul Web”, curato da una maestra. A dispetto del presunto gap generazionale, un’insegnante che sarebbe andata in pensione l’anno successivo, ma che nel giro di un anno diventava non solo esperta nella gestione, ma iniziava una collaborazione con il gruppo degli sviluppatori, ancora in essere oggi. Potenzialità, opportunità da mobilitare.

Ecco la parola chiave: mobilitazione di risorse. Si utilizza questa espressione a proposito delle competenze, non a caso. Una delle più accreditate definizione di competenza, infatti, fa riferimento alla capacità di “mobilitare” le proprie risorse interne fondate su conoscenze, abilità e atteggiamenti. Vale dunque anche per le organizzazioni. In parallelo si costituiscono i dipartimenti, poco praticati fino ad allora negli istituti del primo ciclo, si lavora al curricolo verticale.

Dopo due anni tutte le classi utilizzano il registro online, inclusa la scuola primaria.

Nel 2014 si elabora e si approva un Regolamento per l’utilizzo dei dispositivi personali, ancora oggi citato come un “buon” esempio. Si utilizzano quindi smartphone in aula, ma non solo.

I docenti delle scuole secondarie di primo grado si accorgono che le Apps di Google potrebbero dare loro molte possibilità per la didattica. Quindi via con gli account personali anche agli alunni, previa condivisione con le famiglie. Arriva Google Classroom e le classi attivate si moltiplicano; anche i compiti delle vacanze si possono ora eseguire online.

Si fa formazione, tra l’altro, sul digital storytelling e nasce così il canale YouTube dell’Istituto, ancora oggi parte integrante della documentazione didattica.

Il 2015/16 è un anno tumultuoso. Nella parte finale dell’anno precedente “irrompe” Indire con le Avanguardie Educative. Nell’istituto si adottano diverse idee, ma soprattutto una è accolta con entusiasmo e voglia di rinnovare profondamente la didattica: le aule-laboratorio disciplinari. In una delle scuole secondarie di primo grado, grazie alla disponibilità di spazi ma soprattutto alla disponibilità di un gruppo di docenti, si ribalta la classica logica che vede l’aula legata alla classe. Le aule sono ora assegnate alle discipline e ai singoli docenti e sono i ragazzi a ruotare.  È un’avventura rischiosa, non siamo pronti e c’è tanto da fare, a partire dalla tinteggiatura. Professoresse con il martello e il trapano, in giro per la scuola.

Si rivoluziona anche l’orario scolastico, ora su cinque giorni, con una modalità che consente di attivare laboratori e corsi aggiuntivi pomeridiani, dal latino al laboratorio tecnologico “povero”, antesignano di quello che sarà poi l’Atelier creativo, ancora in fase di allestimento. Nelle scuole primarie, una proficua collaborazione universitaria consente di sviluppare il curricolo per le competenze digitali.

Si prosegue con la formazione, anche (soprattutto) mobilitando e valorizzando risorse interne. Qualche argomento colpisce più di altri, il digital storytelling diventa un modo per insegnare ma anche per documentare. È anche l’anno del PNSD e dei PON FESR. Importanti occasioni che trovano l’istituto già in movimento. Non ci facciamo trovare impreparati: le opportunità offerte sono colte con risolutezza e determinazione.

Ho lasciato la scuola nel settembre 2016 per un incarico universitario, ma sono sempre rimasto in contatto. In fondo il mio incarico “nominale” è ancora quello. Ottimi rapporti anche con la collega che ha assunto la reggenza, ma avevo un timore: poteva accadere che vi fosse una eccessiva personalizzazione in alcune iniziative avviate.

Il ruolo del dirigente scolastico è infatti spesso controverso: c’è chi pensa che sia fondamentale e “insostituibile”, facendo così un torto all’intera letteratura sulle “organizzazioni che apprendono”.

Non sono certo io a voler sminuire l’importanza della leadership a scuola, tuttavia non sono pochi gli istituti che si identificano con i loro dirigenti (e viceversa). Il timore si è trasformato invece in soddisfazione: vedere proseguire i processi avviati, ormai fatti propri non dai singoli quanto piuttosto pienamente assimilati a livello organizzativo.

Questo è soltanto il racconto di un’esperienza, senza pretesa di generalizzazione. Può ben darsi che gli elementi casuali siano stati determinanti, ma può anche essere che la “narrazione” della scuola (e in generale della Pubblica Amministrazione) immobile e resistente al cambiamento, non sia proprio aderente alla realtà.

Le organizzazioni possono “apprendere” e possono soprattutto attivarsi, mettersi in marcia in modo progressivamente “autonomo” rispetto alle singole persone. Si sostiene spesso che siano le persone a fare la differenza: è senz’altro vero, ma attenzione alla sostenibilità nel tempo. Il ruolo di singole persone (e qui il dirigente scolastico ha senz’altro grande importanza) è fondamentale, ma deve tendere alla crescita complessiva dell’organizzazione.

 

 

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