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Rubinacci: “Caro Governo, più risorse alla scuola e leadership distribuita”

di Alfonso Rubinacci, coordinatore Comitato Scientifico di Tuttoscuola

L’attuale contesto socio-economico e tecnologico globale pone l’istruzione al centro della strategia per la competitività e lo sviluppo sostenibile che richiedono cambiamenti radicali. Il processo di cambiamento per la vita, anche quotidiana, dell’intera società impone alla scuola di esercitare la responsabilità di “operare” per modificare e migliorare, per scegliere e distinguere. Il sistema educativo  è centrale nella costruzione di una società, articolata, ma unica e coesa. La responsabilità non è solo della scuola, ma riguarda tutti i soggetti istituzionali che concorrono nella determinazione delle decisioni.

In questo quadro la scuola è chiamata ad esercitare un’efficace azione di orientamento dei giovani sempre più presi da una voglia “esterofila”, nutrita dai timori per il futuro e dall’insoddisfazione per il presente provati dalle famiglie, specialmente quelle più agiate sul piano economico e culturale. La scuola, luogo di crescita e di formazione culturale e sociale, ha bisogno di essere riconosciuta da chi sta “dentro” ma anche sostenuta dalla percezione positiva che la famiglia, l’impresa, l’opinione pubblica riservano alla sua funzione per prevenire quel pregiudizio oppositivo che si sta consolidando e che prescinde dal merito delle scelte.

Alla scuola serve un’anima nuova
In Italia che scuola oggi abbiamo? Quasi sempre la stessa, grosso modo, perché il sistema educativo non ha subito cambiamenti significativi nemmeno con la “Buona scuola”. La scuola, vecchia e nuova, vacilla perché i suoi modelli di riferimento non sono sufficienti a formare persone alla velocità dei cambiamenti attuali. Come, ad esempio quelli derivanti dalla rivoluzione 4.0 che richiede nuove competenze di base necessarie per una vita lavorativa di successo, per rafforzare la competitività internazionale del paese, per riaffermare il ruolo di potenza economica a livello globale.

Gli attori tradizionali del cambiamento: i partiti, le organizzazioni sindacali, le associazioni professionali tradizionali, si stanno indebolendo per effetto di una progressiva riduzione della base sociale degli iscritti. La difficoltà di accesso nel mondo del lavoro, il progressivo invecchiamento della popolazione attiva, la demografia, la solitudine si traducono nella perdita di capacità di rinnovamento generazionale, nella difficoltà di offrire prospettive di rappresentanza ad un mondo del lavoro in trasformazione, nell’affievolimento dei punti fermi sui quali tutti, più o meno, convergano. L’era digitale cambia il mondo, giorno dopo giorno e la “disruption digitale divora vecchi modelli di business” provocando forti scosse nel mondo del lavoro con pesanti ricadute sul tasso di occupazione. Il risultato è “vivere giorno per giorno … abbandonando l’idea di guardare avanti”. In un mondo che cambia continuamente e l’assenza di una visione complessiva, di una prospettiva unitaria, produce lacerazioni e malessere.

Serve- dice De Rita– un deciso rilancio della funzione delle istituzioni, che sono state nella nostra storia una cerniera essenziale fra il potere politico e la società … sfida che si pone davanti a noi, se vogliamo evitare che prevalgono i populismi, è quella di ripristinarle (Rossella Bocciarelli, il Sole 24ore del 3 dicembre 2016).

Il nuovo a “farlo” sono i dirigenti e i docenti
Il compito di accompagnare il sistema educativo nel superamento delle difficoltà ricade principalmente su tutti gli operatori scolastici, elemento decisivo per lo sviluppo delle dinamiche del cambiamento e sull’amministrazione centrale e periferica del Miur. Occorre identificare obiettivi strategici di sistema che dovrebbero valere come “missione” per le singole scuole, per il personale dirigente e docente, studenti, genitori, soggetti istituzionali.

Solo una scuola credibile e con dirigenti e docenti credibili, è la principale sostenitrice dei giovani e può orientarli verso scelte razionali.

Il “riposizionamento” del sistema formativo nella società delinea il quadro di una nuova professionalità del dirigente scolastico, dei docenti e del personale amministrativo. Professionalità fondata sulla capacità di introdurre innovazioni organizzative e culturali, di tessere reti di relazioni, di cercare un confronto continuo con le realtà produttive e sociali locali, di costruire l’identità operativa della scuola nel territorio, dove le competenze e le conoscenze degli studenti andranno spese. Forse è giunto il momento di affrontare in modo sistematico il tema dellaleadership scolastica distribuita” che si riferisce a un approccio di équipe alla leadership, in cui le funzioni di leadership non risiedono esclusivamente in una persona, ossia il dirigente scolastico, ma distribuite tra diversi soggetti nella e fuori della scuola.  Questo scenario impone di rafforzare il profilo professionale del personale dirigente e docente in servizio per consolidare le basi di maggiore efficienza operativa, idonea a soddisfare le esigenze dei giovani, delle famiglie e del mondo del lavoro.

Nuove risorse per avere docenti più creativi, intraprendenti e cooperativi
Vanno messi in campo temi nuovi e, soprattutto, bisogna affrontarli in modo nuovo per ridare slancio innovativo ad un contesto scolastico fiaccato da troppe riforme predicate, ma mal praticate. Questo si realizza solo costruendo un ruolo professionale che sia capace di appropriarsi in maniera significativa dei risultati della ricerca in ambito educativo, di “interrogarla” per far evolvere i propri saperi e le proprie competenze in funzione delle innovazioni. La ricerca, insomma, deve far parte della formazione permanente dei docenti per far si che abbiano quelle competenze necessarie per analizzare le situazioni come ricercatori, prendere decisioni, agire efficacemente e modificare i propri comportamenti professionali. Punto d’interesse, in un momento in cui la sfida è trovare nuove formule di sviluppo, potrebbe essere rappresentato dalla costruzione di collegamenti per favorire l’inserimento nei ruoli del personale della scuola di ricercatori, universitari, giovani e meno giovani, in particolare dei profili scientifici ed umanistici, per promuovere nei docenti lo slancio nel dedicare tempo alla ricerca, alla progettazione con i colleghi. In questa prospettiva di attrazione verso il mondo della scuola, un posto significativo potrebbe essere occupato dai giovani in possesso del titolo di dottore di ricerca, per i quali non sono ancora previste – a ordinamento vigente – apposite misure per la valorizzazione delle conoscenze e delle competenze acquisite in ambito accademico nazionale, europeo e internazionale. Conoscenze e competenze che possono contribuire a migliorare la qualità dell’insegnamento nelle istituzioni scolastiche.

Allo stato attuale, né le norme vigenti in materia di formazione iniziale e di reclutamento, né le previsioni

Si tratta di aggiungere qualcosa ad una scuola, alle prese con la scommessa del 4.0, che aspira ad un ruolo fondamentale nello sviluppo del Paese. Una sfida difficile, ma necessaria che, per affrontarla con successo, ha sicuramente bisogno di una cultura dell’innovazione che privilegi la valorizzazione del capitale umano, che dimostri come il “capitale sociale” costituito dai ragazzi sia una risorsa a cui il Paese tiene perché è la sua ricchezza.

Senza aggiornamento tutto resta fermo
Tra i punti di forza di un processo di riforma va annoverata la presenza sul territorio di una rete di eventi formativi permanenti con chi sta in prima linea in classe. L’aggiornamento dei docenti è con sicurezza la via maestra per assicurare alla scuola un corpo professionale in grado di assumere il ruolo di formatore delle nuove generazioni di fronte alle esigenze di sviluppo della società della conoscenza. E invece tutto appare immobilizzato in qualcosa che assomiglia sempre più al resto di niente. E proprio in questo consiste il dramma della scuola italiana.

Il valore del docente è un passaggio fondamentale per riscoprire la capacità di innovare e di eccellere, per uscire dal periodo recessivo in cui si trova la scuola.

In assenza di nuove forme e modalità di sviluppo dell’insegnamento, visto non solo come funzione, ma come strumento di costruzione strategico per la vita, potrebbero veramente servire a poco: l’introduzione di una nuova governance delle istituzioni scolastiche e del contesto istituzionale territoriale, la definizione di un’Agenda tecnica per lo sviluppo della formazione tecnica collegata con le filiere produttive, la costituzione, finalmente, dei poli tecnico-professionali, il potenziamento dei laboratori di settore degli istituti tecnici e degli istituti professionali, la diffusione dei percorsi di apprendistato.

Per una scuola in crisi sono necessari interventi concreti, forti e vigorosi per rimettere in moto il circuito formazione in servizio del personale-esiti formativi. E’ legittimo chiedersi, all’inizio del nuovo anno scolastico, se non fosse stato opportuno inserire nel decreto sviluppo forme di sostegno per la crescita del profilo professionale dei docenti per consentire agli stessi di lavorare diversamente. E’ alzando il livello generale dei docenti che si ottengono i miglioramenti degli esiti formativi.

Non aggredire in tempi ristretti il problema dello sviluppo di risorse umane e professionali determinerebbe il fallimento di tutte le iniziative in corso.

Non è sufficiente introdurre supporti digitali o laboratori tra i banchi. E’ necessaria una didattica centrata sulle competenze e sulla condivisione dei saperi per superare il divario tra livello di professionalità dei docenti e le intelligenze delle nuove generazioni cresciute tra telefonini, tablet e computer. Va migliorato il contesto del fare scuola. La comunità docente deve concentrarsi sulla creazione di una realtà più fluida, più attrattiva per i giovani.

Più capacità nella  gestione amministrativa
A livello di  gestione del sistema appare necessario rafforzare il ruolo di chi ha in carico  la strategia attuativa della Scuola (Amministrazione Centrale,UUSSRR, dirigenti scolastici) perché il quadro normativo è la premessa normativa, ma da sola non basta. E’ illusione. Serve la sua trasformazione in quadri operativi dei “poteri quotidiani”. Uno sguardo retrospettivo sulla storia delle riforme mette in evidenza che l’assenza di una “buona burocrazia” capace di apprestare gli strumenti attuativi condanna il decisionismo del Governo.

C’è bisogno di un nuovo modello di sistema amministrativo funzionale all’attuazione delle politiche  formative. Questo il punto decisivo: per cambiare la scuola, è necessario che cambi anche l’Amministrazione, specialmente quando la politica vacilla, come sta accadendo e accadrà per qualche anno nel nostro Paese, a causa delle incertezze delle forze politiche.

Sono  vitali la dialettica tra il “dentro” della scuola e il “fuori”, il confronto nel quale ciascuno rispetta il proprio ruolo e quello degli altri senza prevenzioni o arroganza. Non è la scuola che deve adattarsi all’apparato ministeriale, è l’amministrazione, attenta ai bisogni dei cittadini, che si fa servizio per la scuola, per chi vi opera come  per chi ne usufruisce.

Dobbiamo guardare ad un positivo ruolo di sollecitazione, non di imposizione, di coordinamento e integrazione, ad esempio, rispetto alle iniziative locali di realizzazioni didattiche per la formazione obbligatoria in servizio dei dirigenti scolastici e dei docenti. La formazione in servizio richiede gli interventi più urgenti e di ampio respiro rispetto alle diverse figure professionali del sistema scuola.

 

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