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Procurement, apriamo alla collaborazione pubblico-start up

di Caterina Acquarone, Cantiere procurement pubblico

L’Italia ha bisogno di innovarsi per restare sul mercato e si sa che non sono certo le idee che mancano: la creatività è unanimemente riconosciuta come elemento distintivo del nostro Paese, anche se questa miniera d’oro è spesso sfruttata dai competitor. Com’è possibile?

Ostacoli burocratici, regole farraginose o non chiare, barriere all’accesso delle imprese, timori da parte dei Responsabili di Procedimento di essere in futuro chiamati a rispondere delle proprie scelte spingono numerose imprese ed investitori a scegliere altri Paesi per realizzare i propri progetti e prodotti.

Gli strumenti normativi per semplificare le procedure che consentono di finanziare l’innovazione, permettendone l’acquisizione, già ci sono. A FORUM PA 2018 si è parlato di Partnership Pubblico-Privata (PPP), uno strumento normativo che consente nuove procedure “interattive” di consultazione del mercato, dialogo competitivo e partenariato per l’innovazione. Ma perché allora non decollano?

La Corte dei Conti Europea ha recentemente pubblicato una relazione speciale, la n. 9/2018 intitolata “Partenariati pubblico-privato: carenze diffuse e benefici limitati”: come facilmente intuibile dal titolo, le raccomandazioni in essa contenute scoraggiano le sperimentazioni concrete in assenza di procedure nazionali adeguate e quindi, sul piano operativo, questo nuovo modello di procurement stenta a decollare, pur essendo paradossalmente l’innovazione stessa uno strumento di “spending review”.

Gli operatori, soprattutto quelli di piccole o piccolissime dimensioni, lamentano barriere di accesso alle gare di tipo economico (il fatturato pregresso sulla tematica specifica, per intenderci). Ma se l’idea è davvero innovativa, come può avere un fatturato specifico? E soprattutto, se appartiene ad una StartUp come si può richiedere un fatturato generale nei bilanci precedenti?

Le soluzioni sembrano essere essenzialmente due: togliere le barriere per l’accesso (vi sono amministrazioni che hanno inserito nei requisiti di accesso alternativamente il fatturato o l’iscrizione agli elenchi delle StartUp Innovative del MISE), oppure facilitare il raggruppamento delle imprese senza consentire che le più grandi fagocitino le più piccole.

In ogni caso è ormai acquisito che la PPP richiede procedure semplici, snelle, un nuovo rapporto tra PA ed Impresa di reale collaborazione e non da controllore/controllato.

Le condizioni e gli strumenti per favorire l’adozione delle Partnership Pubblico-Privata, un misto di acquisto e investimento da parte della PA, in realtà ci sono tutte o sono facilmente disponibili, a partire dall’ecosistema digitale del Procurement Pubblico disegnato dall’AgID e reso possibile dall’utilizzo delle piattaforme d’acquisto elettroniche di prossima adozione da parte di tutte le PA e dall’interoperabilità tra banche dati. La condivisione di dati e informazione da parte di ogni soggetto pubblico costituisce a detta di tutti la base del processo di cambiamento ed innovazione della PA.

L’utilizzo della Banca Dati degli Operatori Economici (BDOE), per esempio, faciliterà enormemente la messa a disposizione e la comprova dei requisiti delle imprese sia per gli operatori economici che per le stazioni appaltanti, così come la nuova Piattaforma Interistituzionale realizzata da AgID faciliterà la condivisione di informazioni e buone pratiche sulle procedure e sulle esperienze; i numerosi sistemi informativi interoperabili consentiranno inoltre di disporre di una mole enorme di informazioni, che in un futuro non più solo futuribile e fantascientifico, consentiranno di:

  1. Pianificare con efficacia e in tempo opportuno gli acquisti, non solo con riferimento al passato ma anche con previsione di fabbisogni futuri;
  2. Monitorare efficacemente il mercato e il comportamento dei fornitori, non solo in fase di gara ma anche di realizzazione dei lavori o di erogazione dei beni/servizi;
  3. Condividere le esperienze evitando di reiterare eventuali errori e problemi.

Chi legge potrebbe però pensare che i modelli innovativi di acquisto e soprattutto l’oggetto che viene acquisito tramite PPP costituiscono (o dovrebbero) per definizione, modelli unici e “taylor made”, per cui procedure ed esperienze pregresse non possono essere utilizzate.

Risponderò che ciò non toglie che le modalità organizzative delle stesse ed anche taluni processi possano essere modellizzati e replicati, in modo da rispondere alla domanda di innovazione che – in quanto tale – necessita la maggiore rapidità e semplicità possibile. Anche per evitare che, come è stato raccontato da un relatore, il prodotto innovativo debba essere finanziato tramite un progetto presentato in un altro Paese dell’Unione Europea, essendo poi commercializzato in Italia quasi come straniero poiché rientrato “dalla finestra” anziché “dalla porta principale”.

 

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